
OIL: Ridare fiducia alla generazione persa

In Giappone li chiamano freeter, termine composto dall'inglese free (libero) e dal tedesco arbeiter (lavoratore). Nel Regno Unito sono definiti neet, acronimo di “not in education, employment or training”, per indicare chi non studia, non riceve formazione, né lavora.
In ogni paese sembra esserci un'espressione diversa per indicare un fenomeno ormai comune e sempre più diffuso. È la precarietà, la disoccupazione o l'inoccupazione di una massa crescente di giovani, che rischiano di rimanere esclusi dal mercato del lavoro stabile e regolare per un tempo che è difficile determinare.
Nelle ultime settimane in Italia si è discusso molto della possibilità e dell'opportunità di riformare alcune norme del diritto del lavoro per renderlo più flessibile e più competitivo. Il dibattito è avvenuto negli stessi giorni in cui a Davos si teneva il Forum economico mondiale, che ha dedicato molto spazio alla questione della “generazione persa”, ovvero a quei 75 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni senza lavoro e con poche speranze di trovarlo.
I dati Ocse confermano che il tasso di disoccupati sotto i 24 anni è ancora alto, al 17,4 per cento, a fronte di un tasso generale del 7 per cento. È noto che i giovani hanno più difficoltà a entrare nel mercato del lavoro, ma gli effetti di questa ultima crisi sembra avere reso quelle difficoltà quasi insormontabili. “Sono sempre stati gli ultimi ad essere assunti e i primi a essere licenziati - commenta Richard Boucher, vice segretario generale Ocse - ma oggi non vengono neanche più assunti”.
Il rapporto ILO sulle tendenze globali del lavoro, diffuso a gennaio, sottolinea la necessità di creare 600 milioni di nuovi posti nei prossimi dieci anni se si vuole avere un livello di sviluppo sostenibile e garantire la pace sociale. A Davos il direttore generale dell'ILO, Juan Somavia, ha fatto un'analisi delle cause strutturali di questa crisi, che vanno dal generale rallentamento della domanda aggregata a livello globale, alla mancanza di accesso al credito per le imprese piccole e medie, fino alla questione dell'istruzione e della formazione per ridurre il divario di competenze, che non sempre incontrano la domanda del mondo produttivo.
A questo proposito Somavia ha citato gli esempi della Germania, dell'Austria, della Danimarca, della Svizzera e della Norvegia che offrono sistemi duali di apprendistato, combinando l’istruzione scolastica e la formazione in azienda come modelli efficaci per allineare le competenze.
Quello che sembra avere affrontato meglio la crisi finora è il sistema tedesco. Dall'inizio della recessione, mentre nel Regno Unito, in Francia e soprattutto in Spagna e in Italia si sono persi circa sette milioni di posti, la Germania ha aumentato il numero di occupati di un milione ottocento mila. Il risultato è ancora più significativo se si considera che nel 2007 il paese aveva il tasso di disoccupazione più alto (8,7 per cento) tra i paesi del G7. Nel 2011 il tasso è arrivato al 5,2 per cento. Oggi la disoccupazione giovanile tedesca rappresenta un terzo della media Ocse e un ottavo di quella spagnola.
Uno dei motivi di una ripresa così rapida, secondo diversi analisti, sta da un lato nella formula del kurzabeit, che ha permesso di conservare i posti, riducendo solo le ore di lavoro. Per le imprese si è trattato di una scelta più costosa nell'immediato che però è servita a non disperdere le competenze della manodopera formata nel tempo. L'altro strumento determinante è stato l’utilizzo flessibile del monte ore, arbeitszeitkonten, che ha consentito a imprese e lavoratori di affrontare in modo più elastico l'andamento della produzione durante la fase di recessione.
In ogni caso, alla base del successo di questo modello, così come di altri nell'Europa del Nord, resta il coinvolgimento delle parti sociali nelle riforme, il metodo tripartito di consultazione e di costruzione del consenso. Questo non solo rappresenta un elemento indispensabile per affrontare le sfide della recessione e della crescita, ma serve soprattutto a ridare fiducia a quella generazione che sempre più le istituzioni rischiano di perdere.
In ogni paese sembra esserci un'espressione diversa per indicare un fenomeno ormai comune e sempre più diffuso. È la precarietà, la disoccupazione o l'inoccupazione di una massa crescente di giovani, che rischiano di rimanere esclusi dal mercato del lavoro stabile e regolare per un tempo che è difficile determinare.
Nelle ultime settimane in Italia si è discusso molto della possibilità e dell'opportunità di riformare alcune norme del diritto del lavoro per renderlo più flessibile e più competitivo. Il dibattito è avvenuto negli stessi giorni in cui a Davos si teneva il Forum economico mondiale, che ha dedicato molto spazio alla questione della “generazione persa”, ovvero a quei 75 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni senza lavoro e con poche speranze di trovarlo.
I dati Ocse confermano che il tasso di disoccupati sotto i 24 anni è ancora alto, al 17,4 per cento, a fronte di un tasso generale del 7 per cento. È noto che i giovani hanno più difficoltà a entrare nel mercato del lavoro, ma gli effetti di questa ultima crisi sembra avere reso quelle difficoltà quasi insormontabili. “Sono sempre stati gli ultimi ad essere assunti e i primi a essere licenziati - commenta Richard Boucher, vice segretario generale Ocse - ma oggi non vengono neanche più assunti”.
Il rapporto ILO sulle tendenze globali del lavoro, diffuso a gennaio, sottolinea la necessità di creare 600 milioni di nuovi posti nei prossimi dieci anni se si vuole avere un livello di sviluppo sostenibile e garantire la pace sociale. A Davos il direttore generale dell'ILO, Juan Somavia, ha fatto un'analisi delle cause strutturali di questa crisi, che vanno dal generale rallentamento della domanda aggregata a livello globale, alla mancanza di accesso al credito per le imprese piccole e medie, fino alla questione dell'istruzione e della formazione per ridurre il divario di competenze, che non sempre incontrano la domanda del mondo produttivo.
A questo proposito Somavia ha citato gli esempi della Germania, dell'Austria, della Danimarca, della Svizzera e della Norvegia che offrono sistemi duali di apprendistato, combinando l’istruzione scolastica e la formazione in azienda come modelli efficaci per allineare le competenze.
Quello che sembra avere affrontato meglio la crisi finora è il sistema tedesco. Dall'inizio della recessione, mentre nel Regno Unito, in Francia e soprattutto in Spagna e in Italia si sono persi circa sette milioni di posti, la Germania ha aumentato il numero di occupati di un milione ottocento mila. Il risultato è ancora più significativo se si considera che nel 2007 il paese aveva il tasso di disoccupazione più alto (8,7 per cento) tra i paesi del G7. Nel 2011 il tasso è arrivato al 5,2 per cento. Oggi la disoccupazione giovanile tedesca rappresenta un terzo della media Ocse e un ottavo di quella spagnola.
Uno dei motivi di una ripresa così rapida, secondo diversi analisti, sta da un lato nella formula del kurzabeit, che ha permesso di conservare i posti, riducendo solo le ore di lavoro. Per le imprese si è trattato di una scelta più costosa nell'immediato che però è servita a non disperdere le competenze della manodopera formata nel tempo. L'altro strumento determinante è stato l’utilizzo flessibile del monte ore, arbeitszeitkonten, che ha consentito a imprese e lavoratori di affrontare in modo più elastico l'andamento della produzione durante la fase di recessione.
In ogni caso, alla base del successo di questo modello, così come di altri nell'Europa del Nord, resta il coinvolgimento delle parti sociali nelle riforme, il metodo tripartito di consultazione e di costruzione del consenso. Questo non solo rappresenta un elemento indispensabile per affrontare le sfide della recessione e della crescita, ma serve soprattutto a ridare fiducia a quella generazione che sempre più le istituzioni rischiano di perdere.
09/02/2012
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